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Rubrica aperta ai lettori.

Gli amici, il cappello

Vedo con piacere l’immissione nei nostri ranghi degli amici degli alpini. Mi tolgo tanto di cappello alpino di fronte a quell’Amico degli Alpini (con le iniziali maiuscole), figlio di quell’eroico capitano degli alpini che riposa a Cargnacco (capitano Gino Fanucchi, comandante della 52ª cp. Edolo caduto sul Don nel gennaio del ’43, n.d.r.). Ma anche tale genere di adamantina linfa è destinata se non ad esaurirsi, a perdere smalto con il passare dei decenni. Bisogna reperire anche altre vitali chiavi . A mio parere la futura quantità dipenderà in larga misura dalla qualità. È piuttosto quest’ultima il fattore principe della sopravvivenza dello spirito e dei valori alpini. Vanno quindi strenuamente combattuti i tentativi di ridimensionamento qualitativo della alimentazione delle Truppe alpine intesi a favorire altri Corpi ed altre armi. Sarà la qualità uno dei fattori determinanti della esaltante sfida , quell’alpinità sincera e determinata dei futuri capi gruppo, consiglieri e presidenti di sezione, che siano capaci di coinvolgere i giovani alpini ed aspiranti alpini sia prima, sia dopo lo svolgimento della loro professione di militari o del loro breve servizio militare in armi. Penso in tal senso al potenziamento, o addirittura al ripristino laddove praticamente non esiste più, della propaganda valligiana, magari riveduta ed adattata ai nuovi tempi, anche in omaggio al concetto che l’ANA deve essere una scuola d’azione e di comportamenti, non soltanto dopo ma anche prima . Quanto al cappello alpino, concordo con la necessità di salvaguardare un diritto che non può e non deve essere concesso a chi non ha militato fra gli alpini. Alcune serie riflessioni insinuano però in questo mio pensiero alcuni dubbi circa il suo drastico mantenimento. Se, come ha detto il presidente, all’inizio l’iscrizione all’ANA fu riservata alla prima linea , quindi estesa alle seconde e terze linee, alle retrovie, poi agli artiglieri e via via a genieri, autieri, trasmettitori ed operatori sanitari; se per acquisire tale diritto, sono sufficienti appena due mesi di servizio alpino…non vedo nessun ostacolo sostanziale al conferimento con cerimonia solenne da parte dell’ANA del cappello alpino a quanti, dopo aver prestato servizio militare in altri Corpi, si sono guadagnati con la loro opera e con il loro comportamento civile , il nostro apprezzamento. Intravedo però un rischio: che un sodalizio associativo, da attuale, chiaro punto di saldatura e di riferimento, possa essere accusato di trasformarsi in una sorta di istituzione paramilitare. Cosa che risulterebbe antipatica, ma poi non così drammatica, come vien fatto di pensare al primo impulso, tenuto conto dell’esistenza di un sodalizio e dei suoi compiti d’istituto e di un Esercito relegato a mero strumento di politica estera .

Antonio Rossi Prezza (AQ)

Un richiamato racconta

I nostri alpini inviati in missione in Bosnia, Kosovo, Albania sono oltre 4 mila. Proteggono serbi e albanesi, rifanno strade, ferrovie, aeroporti. Hanno anche una funzione diplomatica, e cercano di far rinascere il Paese. Alpini che diventano uomini consapevoli e responsabili appena vengono a contatto con una realtà che nessun documentario, nessun libro potrebbe spiegare. Alpini che nei momenti liberi leggono libri, giocano a calcio, ecc., dentro un edificio fatiscente che chiamano caserma, ma intanto raccolgono soldi e materiale da donare a bambini e vecchi. Un esempio è il picchetto che ho fatto personalmente all'ospedale di Dakovica, per consegnare una poltrona da dentista con tutto il materiale donata dall'ANA di Como, in presenza del mio comandante col. Romitelli. Gli aiuti umanitari consegnati personalmente a famiglie di 8/9/10 persone che vivono in condizioni disumane senza acqua, senza riscaldamento, senza vestiti: ecco come gli alpini hanno svolto il loro compito. Alpini che sanno adoperare un fucile e hanno la determinazione necessaria per farlo, ma che sono consapevoli anche che questa preparazione serve essenzialmente a dare sicurezza, tranquillità, pace. Un po’ viziati, un po’ pelandroni, ma che quando serve rispondono e non solo perché è un comandante a ordinarlo. Alpini in divisa, che hanno scelto un lavoro che a molti sembra un lavoro normale. Alpini, che in sei mesi di missione diventano uomini. Sono centinaia i volontari in congedo (i riservisti) che chiedono il richiamo in servizio. Le motivazioni sono tante: entusiasmo per la vita militare lasciata per problemi estranei alla propria volontà, oppure l'esigenza di continuare un'attività ritenuta congeniale alle proprie caratteristiche ed aspirazioni, ma anche, spesso sebbene solo parzialmente confessata, quella del rimpianto di tornare a casa senza prospettive concrete di lavoro. Tanti giovani hanno risposto all'invito di far parte delle Forze Armate in qualità di riservisti e aspettano con ansia il momento di essere richiamati. Ho avuto la fortuna di essere stato richiamato e ringrazio tantissimo per questa esperienza il maresciallo De Marco, del Distretto militare di Como. Il ritorno nelle Forze Armate (alpini) è stata un'esperienza fantastica; rimettere la divisa, cantare ancora l'Inno di Mameli davanti alla Bandiera, condividere le camerate insieme ad altri militari, usare mezzi e armi dell'Esercito Italiano, stare a contatto con eserciti di altre nazioni insomma diventare ancora dopo tanti anni un vero militare alpino. Sono pronto a ripartire, ormai ho acquisito un'esperienza nei Balcani ma vorrei tanto svolgere una missione anche in Iraq oppure in Afghanistan, in un reparto operativo, in aree dove la sopravvivenza è gia un'impresa. Comunque anche in Kosovo gli alpini offrono una risorsa operativa ai massimi livelli, in particolare per le missioni più delicate che, ne siamo certi, proseguono anche nei momenti di calma apparente.

Emidio Vincenzoni