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Uomini contro sul Grappa

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Forse il titolo di un vecchio e discusso film di Francesco Rosi sul primo conflitto mondiale si presta in maniera particolare a sintetizzare i combattimenti sul massiccio del Monte Grappa che segnarono l’arresto dell’offensiva austro tedesca di Caporetto nell’autunno del 1917.

Ancor più esso è in grado di descrivere il ruolo che vi ricoprirono i reparti alpini, prima nella ritirata dai fronti del Cadore e dai settori di Caoria e del Primiero, poi nella presa di contatto col nemico e nella disperata difesa della parte settentrionale del massiccio del Grappa, infine nel miracoloso arresto della penetrazione avversaria su monte Pertica e sull’Asolone.

Mai come nelle settimane di lotta che vanno dalla prima decade di novembre alla metà di dicembre, infatti, alle dottrine d’impiego, alla dislocazione delle artiglierie, all’utilizzo dell’aviazione o delle ultime innovazioni tecniche, all’azione dei comandi superiori si sostituì lo scontro fra uomini. Prevalse il conflitto fra la loro volontà di vincere e di chiudere la guerra nella pianura veneta da un lato, e quella di resistere e di impedire al nemico di raggiungere i suoi obiettivi dall’altro. Anche quando ciò avveniva, come per gli alpini del Feltre , del Monte Pavione o del Val Cismon , con le proprie case e le rispettive famiglie stese ai piedi del monte, in mano al nemico e, ancor peggio, bersaglio inevitabile delle artiglierie italiane.

La ritirata dal Cadore, con i suoi evitabili ritardi ed il conseguente disastro di Longarone, e quella dal Primiero, avvenuta sotto la pressione del XX Corpo d’Armata austriaco, avevano di fatto reso estremamente difficili i collegamenti tra le retroguardie ed i nostri comandi di Corpo d’Armata e d’Armata. Le prime, lasciate sulle più lontane propaggini settentrionali del massiccio del Grappa in seguito alla pressione dell’alto comando francese, difettavano di tutto eccetto che del proprio coraggio e della propria disperazione; i secondi, portatisi nell’alta pianura vicentina e trevigiana, che sola dava le necessarie garanzie di sicurezza, erano per lo più privi di notizie su quanto avveniva sulla linea di contatto e nella materiale impossibilità di dirigere la battaglia.

Fu così che toccò ai comandanti dei battaglioni o dei gruppi, dai nomi già celebre o destinati a diventare leggendari quali Faracovi, Basile, Nasci, affrontare il combattimento e decidere che tipo di difesa attuare. Gli storici militari si affanneranno poi a parlare a tale riguardo di difesa elastica o di altre sottigliezze dottrinali. La realtà fu semplicemente che gli alpini (e i fanti ed i bersaglieri che combattevano accanto a loro) si aggrapparono al terreno, lo difesero accanitamente, arretrarono senza lasciarsi circondare, solo per reiterare la resistenza su posizioni successive.

I reparti ne verranno dissanguati, ma il nemico, gli orgogliosi reggimenti della divisione Edelweiss o gli invincibili tedeschi, vedranno arenarsi progressivamente, ma inesorabilmente, la loro azione offensiva. Nemmeno il mitico Erwin Rommel e le truppe da montagna del W rttemberg riusciranno a passare. Gli alpini delle classi anziane del Val Camonica dovranno bensì ripiegare dal Fontana Secca al Solarolo, ma il vincitore del Matajur e di Longarone non otterrà alcuno sfondamento e ricorderà a lungo la lezione subita dalle penne nere in quei giorni di novembre del 1917. Non mancheranno, è pur vero, gli sbandamenti anche fra i battaglioni alpini, o chi preferirà interrompere la ritirata e fermarsi presso le proprie famiglie.

Così come non mancheranno i reparti vittime della tattica austriaca dell’infiltrazione e dell’aggiramento: la maggior parte del Vestone cadrà prigioniera assieme al crollo dello sbarramento di San Marino, il 23 novembre in Val Brenta. Saranno però l’intervento ed il contegno del Monte Rosa sul Monte Pertica, che varranno la promozione per merito di guerra al suo comandante maggiore Benedetti, a scrivere la parola fine , il 16 novembre, alla crisi più pericolosa del Grappa e ai sogni del I Corpo d’Armata austroungarico di raggiungere la pianura.

Forse in poche altre occasioni come in questa fase decisiva della battaglia d’arresto , i reparti alpini operarono secondo lo spirito con cui erano nati, agendo con un’ampia autonomia, contando principalmente su se stessi e la propria altissima coesione, facendo del loro ambiente naturale, la montagna, il primo alleato contro la superiorità materiale e morale dell’avversario. Se mai era esistita una sindrome di Caporetto, gli uomini sulla montagna ne furono assolutamente immuni. Le tante medaglie d’Oro del Grappa assegnate agli alpini stanno ancora a testimoniarlo.

Paolo Pozzato