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Quella guerra buffa , dichiarata e non combattuta

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C’è un periodo della seconda guerra mondiale, a cavallo fra il 1939 e il 1940, che sembra essere caduto nell’oblìo, travolto dagli avvenimenti tragici che ne seguirono. Venne chiamato, secondo una felice espressione di un politico francese, Roland Dorgelès, drôle de guerre, guerra per burla (o guerra buffa, guerra per finta) fatta da eserciti che si fronteggiavano senza sparare. Si svolse sul fronte franco tedesco, dove nonostante la guerra dichiarata, in otto mesi dal settembre 1943 al maggio del ’40 lungo il confine del Reno ci fu solo qualche scaramuccia molto pro forma (le perdite tedesche furono complessivamente 198) e un’immensa apatia delle truppe francesi da una parte e tedesche dall’altra.

Erano schierate 85 divisioni francesi perfettamente addestrate ed equipaggiate, con carri armati ed aerei, e 34 divisioni tedesche senza corazzati, armamento pesante e aerei, formate per lo più da riservisti, poco addestrati e peggio equipaggiati. Intere divisioni tedesche non avevano neppure un adeguato equipaggiamento e riserve di munizioni.

Se il comandante in capo dell’esercito francese, il generale Maurice Gamelin timoroso della reazione tedesca e ostinatamente deciso a fermare la possibile invasione sulla linea fortificata Maginot, peraltro incompleta avesse avuto l’ardire di attaccare, avrebbe probabilmente potuto facilmente spingersi fino al cuore della Germania, con inimmaginabili conseguenze sull’andamento della guerra. Ma Gamelin era un irrisoluto, in costante sopravvalutazione dell’esercito tedesco e alla ricerca di sempre più fantasiose scusanti per sostenere le proprie strategie improntate alla prudenza.

Churchill, dopo la visita alla linea Maginot, si era detto colpito e sorpreso dalla completa rassegnazione alla tattica difensiva che domina nei francesi. I più alti ufficiali hanno la sensazione che i tedeschi siano più forti e che la Francia non abbia la forza per lanciare una grande offensiva . Stupore condiviso dal generale tedesco Siegfried Westphal: I francesi avrebbero potuto avanzare dalla Saar al Reno in due settimane. Non avevamo in occidente un solo carro armato, e munizioni solo per tre giorni.

C’era da farsi rizzare i capelli al pensiero di un attacco francese… . Il generale Franz Halder, capo di Stato Maggiore, ammetterà a Norimberga che se i francesi avessero invaso subito la Saar, portandosi fino al Reno, avrebbero facilmente occupato anche il territorio della Rhur, che era decisivo per la sorti della guerra. La storia, si sa, non viene fatta con i se , ma con il presente, ed il presente (storico) dice che ci furono una serie di errori strategici da parte del generale Gamelin, e del capo del governo, il radical socialista Édouard Daladier.

Ammesso che fossero davvero errori, o non invece anche il costante calcolo di progetti, interessi ed equilibri contrapposti che pur in un pericoloso periodo di aperta crisi internazionale Francia e Gran Bretagna continuavano a coltivare l’un l’altro.

Ma torniamo al 1º settembre 1939. È la data d’inizio di quello che sarà il secondo conflitto mondiale. La storica corazzata nave scuola della marina tedesca Schleswig Holstein, all’ancora nel porto di Danzica, apre il fuoco contro i cantieri navali della marina polacca. Contemporaneamente, truppe meccanizzate, seguite da reparti corazzati, entrano in Polonia: la sbarra di confine viene spezzata e le divisioni tedesche, penetrando anche dal fronte meridionale, puntano su Varsavia, che capitolerà il 27 dello stesso mese. Nel frattempo si solleva il sipario sul teatrino franco britannico.

In difesa della Polonia invasa la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania il 3 settembre, la Francia il giorno dopo. Ma è una guerra d’attesa: l’Inghilterra, punta al controllo del mar Baltico (tentando di bloccare la spedizione di minerali di ferro dalla Svezia alla Germania e combattendo una guerra per mare contro la marina tedesca) mentre la Francia inizia una tenue avanzata verso la Saar, fermandosi poco oltre il confine. È una avanzata da teatro dei burattini, con qualche scaramuccia , come riferirà il comando territoriale tedesco. Non un solo aereo sale in volo: i tedeschi non ne hanno, i francesi lasciano i loro caccia a terra, al sicuro.

Eppure la propaganda parigina lascia intendere che c’è una decisa avanzata in terra tedesca, con grandi vittorie sulle vigorose resistenze nemiche che trovano ampio spazio sulla stampa, compresa quella statunitense, ma che stupiscono non poco il comando tedesco che non si spiega il motivo di questa singolare strategia propagandistica. La reazione tedesca consiste nel lancio di volantini sulle truppe francesi lungo la linea Maginot, per spiegare che se i francesi non avessero sparato, non lo avrebbero fatto neanche i loro camerati tedeschi e che non valeva la pena di morire per Danzica , parafrasando l’ormai famoso titolo dell’editoriale del deputato socialista e pacifista (poi collaborazionista con Petain) Marcel Dèat, apparso nel maggio del ’39 sul giornale l’OEuvre, a sostegno delle tesi della conferenza di Monaco cui aveva partecipato, fiducioso (illuso?) nel mantenimento della pace, anche Daladier.

Quelli tedeschi erano comunque volantini superflui, perché il generale Gamelin non aveva alcuna intenzione di invadere la Germania, fermo sulla necessità della guerra di posizione contro un nemico che fondava la sua forza sulla guerralampo. Il fronte era dunque silenzioso. Gamelin era ossessionato dalla possibilità di bombardamenti tedeschi sulle città francesi (era ben vivo il ricordo di Guernica) e di compromettere le ultime speranze di pace che ancora nutriva. Inoltre intendeva conservare intatta la forza dell’esercito nel caso d’un attacco lungo la linea Maginot. E per non provocare il nemico aveva deciso di ritirare le truppe che occupavano pochi chilometri di territorio tedesco nella Saar. Informò del piano il primo ministro Daladier che, a parole, fu contrario, temendo la reazione dell’opinione pubblica non solo in Francia ma in tutto il mondo .

Tuttavia non si oppose. E così Gamelin ordinò la ritirata della quale erano al corrente soltanto alcuni membri del governo ma ingiunse che doveva avvenire di notte, in modo da non permettere al nemico di comprendere quanto stava succedendo. La ritirata iniziò la notte del 30 settembre e fu conclusa la notte del 4 ottobre. Il generale André Gaston Pratelat, capo di Stato Maggiore della IV Armata che aveva compiuto l’offensiva della Saar , in un ordine del giorno elogiò le sue truppe che meritavano i più alti elogi , per l’alto morale dimostrato .

È solo il primo atto della guerra per finta. Due milioni di soldati francesi più quattro divisioni di fanteria inglese, inviate a ottobre sono schierati lungo la linea Maginot o nelle retrovie, mentre le poche divisioni tedesche, per gran parte formate da riservisti inferiori per numero, preparazione e armamenti, le fronteggiano sulla linea Sigfrido aspettando gli improbabili rinforzi dal fronte polacco.

I soldati dell’Armée finirono per annoiarsi, chiedendosi perché mai bisognasse rischiare la vita in una guerra per una causa (la Polonia) ormai conclusa, e persa. L’allora colonnello de Gaulle uno dei pochi ad avere le idee chiare sui tedeschi suggerì di addestrare le truppe alla guerra lampo, come imponeva l’attacco alla Polonia sconfitta in pochi giorni. Inoltre propose di formare divisioni corazzate, raggruppando i carri che erano dispersi nella varie unità di fanteria. Ma rimase inascoltato. Il comando supremo tenne invece occupate le truppe aprendo teatri lungo la linea difensiva, organizzando spe
ttacoli impegnando attori e attrici famosi, e mandando in licenza soldati e ufficiali.

Nelle città, Parigi compresa, non c’era alcuna forma di razionamento, neanche della benzina (che doveva essere interamente importata); i parigini andavano in campagna nei fine settimana: la guerra sembrava un temporaneo fastidio, niente più. Sia i militari al fronte che i civili erano convinti che in quella drôle de guerre non sarebbe stato sparato neanche un colpo. Mentre il governo polacco, ormai in esilio, implorava disperatamente aiuto, la calma regnava anche lungo i 144 chilometri di confine segnati dal Reno, dove il comando francese per tenere occupati i reparti organizzava tornei di calcio. E non era raro che, dall’altra sponda, i nemici’ applaudissero le azioni che portavano al gol.

C’era la quasi generale illusione che la guerra sarebbe presto finita. Invece i piani di Hitler erano ben chiari sin dall’inizio: l’invasione dei Paesi Bassi per poi colpire al cuore la Francia, mettere in ginocchio l’Inghilterra e quindi rivolgersi verso l’alleato russo, e arrivare fino a Mosca. Il brusco risveglio avvenne dopo otto mesi di guerra per finta. Dopo l’intermezzo finlandese l’esercito del Reich si rivolse a occidente.

Il 10 maggio le divisioni corazzate tedesche irruppero in Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. La Francia era ormai alla portata di Hitler: la linea Maginot venne aggirata, le divisioni panzer puntarono su Parigi. Il generale Gamelin venne rimosso, Daladier diete le dimissioni, ma era ormai troppo tardi. La commedia era finita, era tempo di tragedia. Ma questo è un altro capitolo di storia.

Giangaspare Basile