Sulle montagne di tutta Italia, dal Monte Rosa all’Etna, ce ne sono circa mille, di cui settecento di proprietà dal Cai, il Club Alpino Italiano, sodalizio nato nel 1863. Sono i “rifugi”, un termine entrato da subito e da sempre nel linguaggio di escursionisti e alpinisti e negli ultimi decenni divenuto assai familiare anche al turismo più di massa. Oggi “rifugio” è quasi diventato sinonimo di ospitalità in montagna, possibilmente con tutti i comfort che molti sono abituati a trovare in un hotel situato in zone facilmente raggiungibili e quindi rifornibili con normali mezzi di trasporto e che non ha problemi di rifornimento di acqua, gas ed energia elettrica.
Ma non troppi si soffermano a riflettere su ciò che erano in origine queste strutture e su quale sia la loro destinazione primaria, che va inserita in contesti culturali assai diversi da quello turistico: sia quello economico, attento a ragioni di commercio e campagne militari, sia quello religioso legato ai pellegrinaggi verso i santuari (come fu ad esempio per i primi ospizi, come quelli al Sempione, Gottardo e Gran San Bernardo, stabiliti dai monaci).
L’istituzione del primo rifugio montano può essere considerata la costruzione della Capanna Vincent, nel 1785 sul lato Sud del Monte Rosa, per supportare l’attività delle vicine miniere d’oro, seguita nel 1851 da un rifugio al Colle Indren, realizzato a scopi scientifici. Poi i rifugi si diffusero rapidamente: il primo fu l’Alpetto al Monviso nel 1866, mentre nel 1867 il Balma della Cravatta fu inaugurato al Pic Tyndall sul Cervino, costruito dal Cai e dalle guide di Valtournenche. Nel 1875 aprirono rifugi in serie: le Capanne delle Aiguilles Grises sul Monte Bianco (ora noto come Quintino Sella), Linty sulla Sud del Monte Rosa (abbandonato nel 1888) e la Regina Margherita al Colle del Gigante nella zona attualmente occupata dai rifugi Torino.
Il primo rifugio nelle Dolomiti fu realizzato nel 1877, grazie ai membri della Sezione Cai di Agordo. All’inizio del ventesimo secolo, i rifugi montani erano un centinaio, mentre negli anni Venti del secolo scorso iniziò a diffondersi anche il modello del bivacco fisso, una tipologia di rifugio molto più piccolo, con caratteristiche essenziali e spartane, senza particolari servizi, per offrire un riparo notturno o dal maltempo nelle aree più elevate, da cui partire poi per scalate più impegnative.
Il concetto iniziale, ovvero offrire “un tetto, un letto, un pasto” a quanti si muovevano in montagna è andato evolvendosi sempre più negli ultimi decenni, soprattutto per l’aumentata facilità nel raggiungere numerosi rifugi (grazie soprattutto agli impianti di risalita), che ha avuto come conseguenza un aumento notevolissimo della frequentazione, unita alle sempre maggiori richieste di comfort da parte della clientela.
Richieste in gran parte ingiustificate e insostenibili nella maggior parte delle situazioni in cui trovano i rifugi di alta montagna, alle prese con una sempre più grave carenza d’acqua (legata al progressivo prosciugarsi dei laghetti alpini da cui normalmente attingono, pur con l’eccezione di quest’anno caratterizzato da precipitazioni primaverili abbondantissime), con la difficoltà di approvvigionamento sia di derrate alimentari, dove non arrivano mezzi come i furgoni o i pick-up, sia di energia e con un problema sempre più serio di reperimento di lavoratori stagionali: i turni di lavoro, normalmente da fine giugno a fine settembre (anche se gli ultimi autunni assai più miti hanno spesso prolungato i periodi di apertura), infatti sono molto pesanti e spesso nell’unico giorno libero diventa difficile raggiungere la valle, costringendo il dipendente a rimanere in rifugio, difficoltà a cui si aggiunge una certa riottosità, specie dei più giovani, a lavorare ogni sabato e ogni domenica.
Non è un caso, infatti, se alcune storiche famiglie di gestori, sia per i problemi citati sia per un generalizzato aumento dei costi, hanno preferito rinunciare: il rischio di abbandono dei rifugi comporta però un decadimento della conservazione e del controllo dell’ambiente montano, di cui i gestori di queste strutture sono da sempre attenti e premurosi custodi. Sta dunque diventando sempre più importante ricondurre il concetto di ospitalità nei rifugi al concetto originario. Non è corretto, infatti, che la clientela pretenda servizi paragonabili a quelli degli hotel ed è importantissimo anche educare la clientela ad un consumo delle risorse attento e compatibile con l’ambiente.
Il rifugio merita perciò di essere tenuto nella originaria considerazione come luogo sicuro e accogliente, che tutela il viandante (escursionista o alpinista che sia) e si propone come punto di riferimento e baluardo della cultura della montagna.
Rifugi in alta quota
Sono numerosi e famosi i rifugi sulle Alpi posti ad elevatissima altitudine: tra questi spiccano la Capanna Margherita, sul Monte Rosa a ben 4.554 metri, che è il rifugio più alto d’Europa, quindi il Città di Mantova, sempre nel massiccio del Rosa, a 3.489 metri; la Capanna Punta Penia, nella Marmolada (3.343 m); il Rifugio Gianni Casati, nell’Ortles-Cevedale (3.269 m); il Biasi Gino al Bicchiere, nelle Retiche Orientali (3.195 m) e il Rifugio Caduti dell’Adamello, in val Rendena (3.040 m). Per scendere nell’estrema propaggine meridionale della Penisola, i due rifugi più conosciuti sulle pendici dell’Etna, in Sicilia, sono il Sapienza (Etna Sud, territorio di Nicolosi) e Linguaglossa (Etna Nord, sede tra l’altro di un Campo scuola nazionale dell’Ana).






