Dal 25 settembre arriva nelle sale italiane Mandi Fradis, il documentario scritto e diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon, prodotto e distribuito da Cineblend e realizzato con il contributo dell’Associazione Nazionale Alpini, costruito su quarantasette testimonianze che raccontano il terremoto del Friuli del 1976 e che, con il coraggio della commozione, disegnano i contorni di una storia di solidarietà e di determinazione dalle cui macerie sono nate relazioni umane straordinarie oltre ai germi dell’odierna Protezione Civile. Fra i testimoni intervistati, oltre al giornalista Toni Capuozzo, voce narrante del film, e a Piera Patat e Livio Jacob, fondatori della Cineteca del Friuli; ci sono alcuni dei civili che hanno vissuto il terremoto sulla loro pelle, ma soprattutto alcuni dei tantissimi Alpini e Volontari protagonisti di quelle giornate.
Il film sarà presentato in anteprima nazionale il 15 settembre a Milano, al cinema Anteo, alle ore 11:21: lo stesso giorno e lo stesso orario in cui, nel 1976, una seconda forte scossa tornò a colpire il Friuli. Il 16 settembre la proiezione arriva per la prima aperta al pubblico, là dove il mostro del Terremoto ha avuto il suo epicentro, a Gemona al Cinema Sociale, in collaborazione con la Cineteca del Friuli che ha collaborato al progetto ed è custode di gran parte dei materiali d’archivio che costituiscono il tessuto documentale del film.
Il documentario è stato realizzato con il sostegno, inoltre, della Protezione Civile Regione Autonoma del Friuli Venezia Giulia. E con il Patrocinio del Comune di Gemona del Friuli. E vede il supporto della Distilleria Nardini, della Ferramenta Brunello e di Buona Visione.
Mandi Fradis è un documentario corale che attraversa il tempo per restituire voce e volto a una delle pagine più significative della storia recente italiana. Attraverso le interviste ai protagonisti diretti di quei giorni – alpini allora impegnati nel servizio di leva, civili colpiti dal sisma, volontari accorsi da ogni parte d’Italia, rappresentanti delle istituzioni e membri della Protezione Civile – il racconto si intreccia in un’unica voce collettiva che non si limita a ricordare, ma restituisce il senso di una straordinaria risposta umana fatta di unione, tenacia, dignità, resilienza e solidarietà: valori che emergono non come concetti astratti, ma come esperienze vissute e condivise.
Al centro della narrazione c’è l’uomo: i volti, gli sguardi, i silenzi e le parole dei testimoni sono il cuore pulsante del racconto, e le relazioni nate in quel contesto di emergenza – spesso destinate a durare tutta la vita – mostrano come l’umanità e il reciproco aiuto possano diventare, anche nelle condizioni più difficili, una forza generativa. Le interviste si alternano ai materiali d’archivio della Cineteca del Friuli che mostrano i territori prima, durante e dopo il terremoto, in un dialogo tra immagini storiche e presente che amplifica il valore della memoria.
Un’attenzione particolare è dedicata alla ricostruzione, raccontata non solo come processo materiale, ma come percorso umano e collettivo: ricostruire, in Friuli, ha significato ricreare legami, restituire identità e ridare vita a comunità profondamente ferite.
Mandi Fradis – espressione friulana che significa “Nelle mani di Dio, fratelli” – è il saluto che dà il titolo al film e insieme un’eredità: un invito alle nuove generazioni a conoscere e custodire quei valori che, nati in un momento di tragedia, continuano a vivere in quella che sarebbe diventata la Protezione Civile Italiana. Perché fu proprio in quei giorni, come ci racconta un testimone che “Tutti hanno capito che hanno bisogno degli altri e che chiedere aiuto non è una diminuzione ma un orgoglio e soprattutto un valore.”.
Il racconto si apre il 5 maggio 1976, nel Friuli ancora immerso nella quotidianità: montagne che chiudono l’orizzonte, paesi con una forma antica, case che sono luogo della famiglia e della memoria. Le immagini del presente restituiscono Gemona e gli altri centri colpiti cinquant’anni dopo, in una normalità ricomposta che nasconde una frattura ancora leggibile in ogni strada e in ogni famiglia. A guidare lo spettatore è Toni Capuozzo, voce che non si impone come narratore onnisciente ma accompagna il racconto lasciando spazio ai volti e alle parole di chi la storia l’ha vissuta in prima persona. Il montaggio alterna i luoghi di oggi ai materiali della Cineteca del Friuli, e il passaggio dal presente al 1976 avviene attraverso dettagli riconoscibili – una facciata, il profilo di un campanile, una fotografia tenuta tra le mani – perché il Friuli ricostruito non cancella quello distrutto, ma lo contiene. Il ritmo si fa via via più teso nell’avvicinarsi alla sera del 6 maggio, quando ogni testimone ricorda dove si trovava e chi aveva accanto, finché, alle 21, il tempo si spezza: il terremoto non è mai trasformato in spettacolo, ma evocato dal suono, dalle immagini d’archivio e dalle parole di chi, da quel momento, ha imparato a misurare la propria vita in un prima e in un dopo.






