Due pezzi di legno lavorati in modo rudimentale, spessi, larghi e lunghi. Erano appesi alla parete del Museo Holmenkollen. La guida spiegava che la nascita degli sci si perdeva nella notte dei tempi. Alcuni dicevano che apparvero per la prima volta in Siberia o in Svezia ma, colto da un sano campanilismo, era certo di poter affermare che erano i norvegesi ad averli inventati.
Sospendendo il giudizio sulla paternità, certo è che, laddove c’era la necessità, l’uomo aveva aguzzato l’ingegno per cercare di spostarsi più facilmente sulla neve, cacciare o trasportare beni e derrate. Ma com’erano fatti gli sci primitivi? Se il concetto di base era lo stesso, ovvero scivolare sulla neve, gli sci erano leggermente differenti a seconda delle zone di produzione, più stretti, più larghi, alcuni leggermente più corti.
Pochi anni fa nel sud della Norvegia un gruppo di ricercatori ha rinvenuto sotto il ghiaccio quelli che vengono considerati gli sci antichi meglio conservati al mondo: hanno oltre 1300 anni e sono di epoca previchinga. Sono lunghi circa 2 metri e larghi una ventina di centimetri, gli attacchi in legno erano rialzati e utilizzavano corda di betulla e cinghie di cuoio. Sulla punta dello sci c’è un foro, probabilmente utilizzato in alcuni frangenti per legare piccole funi e facilitare la guida nella neve soffice. Erano dunque strumenti che facilitavano lo spostamento ma occorreva essere molto abili nel condurli.
Nulla a che vedere con gli sci moderni, anche se l’evoluzione che iniziò dalla Norvegia nel XIX secolo con l’introduzione delle tecniche sciistiche “cristiania” (che deriva da Christiania, antico nome di Oslo) e “telemark” prendeva in considerazione ancora degli sci realizzati con lamelle in legno di differente durezza, irrobustiti nel nuovo secolo da lamine in metallo che garantivano maggior durata e più controllo durante l’uso. Ma si era già in un’altra epoca, dovuta al diffondersi dello sci come sport.
Occorre tenere presente che sulle Alpi esistevano pendii ripidi che erano più rari nei Paesi del Nord. Quindi nel primo caso prevalsero i modelli con il tallone bloccato. Ci fu un’evoluzione continua nei materiali e nell’attrezzatura. Apparvero gli sci con la punta in metallo, gli scarponi rigidi, le legature avanzate che migliorarono progressivamente la sicurezza e la stabilità degli sciatori.
Lo sci veniva costruito a “sandwich”, con differenti materiali sovrapposti (proprio come gli ingredienti di un panino) e assemblati secondo un ordine preciso, in modo da garantire il giusto equilibrio tra rigidità e flessibilità. Con il passare degli anni gli sci da discesa diminuirono di lunghezza: per sceglierli negli anni ’50 veniva misurata l’altezza di una persona più il braccio alzato, negli anni ’70 potevano arrivare a oltre 2 metri e fino alla metà degli anni ’90 si calcolava l’altezza dello sciatore più 15 centimetri.
Con l’avvento degli sci “carving”, dotati di una sciancratura marcata con i due bordi esterni concavi verso l’interno, in modo da facilitare il controllo e la stabilità specialmente in curva, la lunghezza degli sci è al massimo pari all’altezza dello sciatore, anche se di norma sono di 15 o 20 centimetri in meno. Su questo tipo di sci compare la piastra, posizionata tra la lamina superiore e l’attacco che permette di aumentare la massa, limitando le vibrazioni. Il progresso tecnologico ha ampliato la scelta dei materiali: si passa dall’alluminio, alle fibre di vetro o di carbonio, al titanio, al grafene, un materiale molto forte e leggero.
Ovviamente gli sci e le attrezzature differiscono a seconda della tecnica adottata e dei tipi di utilizzo, ad esempio rispetto agli sci da discesa quelli da fondo sono più lunghi, sottili e leggeri, con il tallone libero; quelli da scialpinismo sono più larghi, hanno l’attacco sganciabile sul tallone e possono montare le pelli. Poi ci sono i monosci, in voga negli anni ’80, con due attacchi su uno sci largo.
L’elegante telemark invece sfrutta l’attacco collegato solo alla punta dello scarpone per permettere di inginocchiarsi e cambiare direzione. Gli sci da salto sono molto lunghi e larghi per garantire maggiore potenza in fase di volo, mentre quelli da fuoripista sono più larghi al centro per sciare sulla neve non battuta e vengono utilizzati anche dai militari. La carrellata può essere chiusa dai minisci, più rari da vedere, realizzati in diverse varianti e utilizzati nel freestyle.
Confrontare gli sci di inizio ‘900 con quelli di oggi fa capire che salto abbia fatto la tecnologia in qualche decennio. Un’evoluzione che è legata a quella della società: dal loro utilizzo per necessità, per spostarsi più velocemente sulla neve, sono diventati fonte di agonismo e di divertimento. Protagonisti di uno sport di massa che spesso ha bisogno di impianti, attrezzature costose e cari skipass e talvolta di neve artificiale ma che non dovrebbe abbandonare la genuinità, la bellezza di sentire l’aria fredda che pizzica il viso e di immergersi nello splendore della natura.
Matteo Martin








